My Butoh


Quando parlo di Butoh, parlo di un processo intimo, non riesco mai a rifarmi allo stile che ho incontrato e studiato, quello del corpo morto o contestualizzato al Giappone, terra in cui nasce.
Mi accordo con l’idea di Akira Kasai, che dice del Butoh di oggi, un’urgenza di risveglio delle nostre terre interiori, del primario senso di appartenenza alla terra, pur essendo anime stellari, sospese a quest’universo da fili di luce, così sento il Butoh.
N
el Butoh facciamo appello all’immagine del corpo senza organi, senza organizzazione – portata da Artaud / Deleuze, ci troviamo in uno stato di molteplicità di forze.

Ogni parte del corpo inizia a realizzare il proprio ascolto e il proprio viaggio.

Questo è possibile solo se prima facciamo silenzio.

Silenziare il mormorio della mente, morte del corpo è in realtà morte del corpo culturale (sociale), che non smette di produrre soggettività che è usa e getta, rumorosa e vuota.

Silenzio e Vuoto iniziano una danza che non ha un prima e un dopo, un pensiero e un’azione.

Non c’è dicotomia, non c’è fuori e dentro, c’è trasformazione, divenire.

Francis Bacon – il pittore – parlava della sua pittura nata dalla corteccia, di un cervello primitivo direttamente collegato al sistema nervoso.

L’essere sta diventando, dice Deleuze e nella Danza Butoh questa frase acquista un significato abissale e risplendente.

Diventare non è un atto di volontà, non voglio comunicare ne esprimere il ballo non esprime si offre, nudo e crudo, poi nasce la coreografia che è immagine, surrealismo, simbolismo.

Il personale è diluito in modo singolare, si universalizza e l’’infinito è contenuto nella presenza del finito.

I ricordi mi ballano, non è lo stesso del ricordare, ciò non smetterebbe di essere una dicotomia: produzione / espressione mentale.

Chi sono io ogni volta? Dove vado? Non ci sono risposte assolute, ci sono scoperte.

“Il mio corpo balla la danza che il mio corpo ricorda” dice Min Tanaka, la sensazione è vibrazione che viaggia da strato a strato (pianta, minerale, umano, ricordi cosmici), piuttosto che formarci, deformandoci, la vita ci deforma.

Stiamo parlando del corpo come stato prismatico e intuitivo, dalla precisione di quell’intuizione, appare la danza; una rivelazione prismatica del nostro essere sulla terra.